Recensione: “The Writer” di Marco Peluso

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Trama:

La storia di un uomo che, come tanti, ha visto svanire i suoi sogni. Quei sogni che ognuno aveva da bambino, e che poi, nel tempo sono stati sbranati dalla cruda realtà. “Sei uno dei tanti! Solo un piccolo fallito”. Ecco, ecco la realtà. Quella voce gli ronza di continuo nella sua mente. Ricordandogli chi è. Riportandolo ad una realtà castrante, soffocante, atroce. Continui lavori umilianti e inutili, proprio come rispondere al telefono a gente di cui non fotte un cazzo di niente. E dover sorridere nel farlo! Sorridere, come se loro fossero i migliori amici. Un lavoro odiato. Soldi che non bastano mai. Una famiglia che non capisce né sopporta. Donne che gli lacerano il cuore. Gente che lo osserva continuamente con disgusto. E nel mezzo di questa centrifuga, non poter fare niente. Niente! No, niente, se non sentirsi impazzire e continuare a sorridere. Continuare a sopportare, solo per tirare avanti. Solo per sopravvivere.Questo è la storia di Marco Covello, il protagonista. Ma la notte tutto cambia. La notte nessuno entra nel mondo di Marco. E può piangere, può urlare, può essere se stesso. Di notte, il dolore e la rabbia prende vita sui fogli bianchi. Storie che sembrano voler urlare al mondo” Io esisto! Non sono un oggetto!”. Sì, scrivere ogni notte. Lasciando il mondo reale fuori da una stanza. Dimenticando ogni umiliazione, ogni dolore, ogni cosa che gli soffoca la vita. Scrivere! Scrivere, per non sentirsi morto. La storia di una vita dilaniata. Divisa in due. L’illusione di essere qualcosa di più che una formica operaia. Di essere qualcosa di più di un volto tra miliardi di volti. Magari uno scrittore! Ed ecco infinite pagine scritte. Racconto dopo racconto. Romanzo dopo romanzo. Pubblicazione dopo pubblicazione. Premio dopo premio. La pubblicazione con una grande casa editrice, il punto d’arrivo sognato, agognato. Ma quel vortice di volti non si ferma. La realtà lo soffoca. Le sue urla sembrano infrangersi contro un muro. E anche quando le cose sembreranno cambiare, quando la speranza sembrerà avere un senso, in lui sempre e solo quella voce. Quella voce che massacra la sua mente. “Chi ti credi di essere? Non vedi che sei solo un fallito del cazzo?”

Recensione di Filomeno Cafagna:

Quando leggo un romanzo  mi viene spontaneo assegnare all’autore un personaggio presente nel romanzo e, mediamente, tale scelta ricade sul protagonista, come in questo caso. A confortare questa logica nel libro THE WRITER di Marco Peluso a pag 214 vi è la nota : “L’Autore” all’interno della quale è riportato: “I racconti e i romanzi di Marco rispecchiano il suo stesso vivere. Una vita solitaria, fatta di eccessi, di alcool, e di lavori odiati fatti solo per tirare avanti “.
Non sono riuscito ad ultimare la lettura del precedente periodo che le mie labbra hanno  formulato la seguente frase: “Ecco!! Non vi è dubbio, questo è uno Stronzo con la esse maiuscola”.
Lo è perché utilizza un linguaggio scurrile senza avvisare il suo lettore, perché lancia dei messaggi comportamentali che, in virtù di quanto sopra, l’autore adotta e fa passare attraverso il protagonista, come  il denigrare tutto e tutti, non utilizzare i raccoglitori di rifiuti appropriati buttando le bottiglie per strada, chiaro sintomo d’inciviltà; ma ciò che è peggio è la mancanza di rispetto  verso la madre e verso la dimora familiare. Ogni volta che presenta la stanza in cui si rinchiude mi è venuta voglia di dargli una vagonata di “carezze”.  Leggendolo  (Marco Peluso) e, a maggior ragione dopo averlo letto, non sono riuscito a non definirlo arrogante, e a domandarmi… ma chi diamine si crede di essere?
La cosa peggiore è che il Peluso ha ben chiaro ciò che il lettore negativamente penserà di lui ma si “diverte” a conseguire proprio quel risultato. Si definisce autore maledetto, conduce una vita solitaria, fatta di eccessi, di alcool, e di lavori odiati fatti solo per tirare avanti. Il suo obiettivo qual è? Farsi commiserare?  Poverino, quanto mi dispiace!
Il massimo dell’arroganza e consapevolezza d’esser tale, a mio avviso, il Peluso la dimostra e raggiunge  a pag 187 scrivendo:” Volgare, blasfemo, arrogante, inutile, vuoto”. Così molti lettori avevano etichettato il mio romanzo, bollandolo in eterno con delle recensioni piazzate su qualche portale web “.
Il racconto risulta altresì fallace nell’unico momento dove si sarebbe dovuto prestare attenzione al particolare, ossia l’autore non è capace di mantenere la scena e a pag 192 fa togliere al protagonista le cuffie (Mi tolsi le cuffie dalla testa, continuando a fissare il vuoto) che aveva già tolto a pag 190 e non più indossate (Tolsi le cuffie dalla mia testa e le gettai con violenza contro la postazione.).
Altra nota dolente presente nel romanzo è il cattivo lavoro di editing fatto dalla casa editrice, in quanto sono presenti errori di battitura, lessicali e di altro genere (sono “saltati” tutti gli apostrofi).
Nonostante  tutto, il romanzo attira l’attenzione del lettore su un paio di punti degni di nota che andrebbero approfonditi nel corso di un dibattito mirato, e magari su tavoli istituzionali.
1)  L’alienazione a cui induce il lavorare in un call center
2) La “strumentalizzazione” che le case editrici fanno degli scrittori emergenti
Tale “strumentalizzazione” nel romanzo non viene mai menzionata in modo diretto ma chi ha vissuto l’esperienza di pubblicare un suo lavoro la vive e rivive restando deluso dalla mancata denuncia dell’autore di tale “strumentalizzazione” che si rifugia nella frase di pag 103 :”la verità non va mai detta”.
Ok codardo, va bene, non diciamola mai la verità, a patto che poi non ci si lamenti se il mondo continua a peggiorare e ci si rimane un nessuno a prescindere, in quanto sottacendo la verità s’inibisce alla gente comune l’unico mezzo per emergere, ossia la legalità garantita dalle norme attualmente vigenti e che abbiamo difeso non più tardi di un mese fa.
Personalmente,  per genere e linguaggio non metterei questo autore nella mia libreria, questo lo lascio a testimonianza di quanto scritto.

VOTO  molto personale è 2,5

3 pensieri su “Recensione: “The Writer” di Marco Peluso

  1. marcopelusoscrittore ha detto:

    Normalmente non do il minimo peso alle recensioni, che siano esse cattive o buone, ma in questo caso ho reputato bene dire la mia. Il mio pensiero già condiviso con una delle coordinatrici; mia cara amica.
    Questa non è una recensione, quanto un pensiero personale. Mi spiace, ma è così.
    Un recensore deve essere oggettivo, e non soggettivo; almeno quando la recensione non ha finalità personali, quanto invece quella di dover dare un consiglio ad aspiranti lettori, e dunque pubblica.
    Veniamo ai fatti concreti.
    Come prima cosa si capisce che il lettore cerca di capire in quale personaggio l’autore si sia immedesimato.
    Ora, una delle lezioni date da uno “sconosciuto” di nome Stephen Vizinczey nel suo capolavoro “I dieci comandamenti di uno scrittore” riguarda proprio il fatto che mai e poi mai si deve leggere un’opera basandosi sulla biografia dell’autore, tanto più se fatta da altri. Questo ci darà un occhio viziato, traviato, portandoci a voler cogliere ciò che vogliamo, e arrivando a vedere l’autore anziché il personaggio.
    Infatti, un vero autore (e in questo romanzo purtroppo per chi mi conosce di persona passa poco) quando scrive si trova sempre a un lato del foglio, e mai dentro; questo proprio perché quel personaggio non sia mai lui.
    E come comincia questa recensione che recensione non è?
    Non ci viene detto nulla del protagonista, né della trama. Ci viene detto solamente che il lettore lo reputa un incivile perché il protagonista, Tony Covello, getta bottiglie per terra ecc.
    Non ci viene detto chi è Tony Covello, cosa fa o cosa sogna. Né il lettore tiene presente dell’ambiente scenico; un posto pieno di pezzenti, ubriaconi, relitti umani e chi più ne ha più ne metta.
    Il senso civico del lettore quanto può cozzare con un posto in cui di civico nulla esiste?
    Sarebbe stato realistico se Covello avesse gettato, lì in un posto di disperati e in piena disperazione, la bottiglia in un cestino?
    Credo proprio di no! Ma tutto ciò nella recensione non viene detto, perché il lettore ci porta solamente il suo punto di vista soggettivo, tenendo stretto con i denti il proprio vissuto.
    Poi passiamo al linguaggio scurrile.
    Per strada, tra pezzenti e barboni, come si parla?
    Flaubert disse a Maupassant “Ora basta con puttane e canottaggio”, intende dire “Ora scrivi anche di altro”, perché nella sua somma intelligenza Flaubert sapeva che se Maupassant avesse continuato a scrivere determinate storie, non avrebbe potuto usare termini (per allora) troppo diretti.
    Ma anche qui il lettore pecca infatti di un giudizio personale: “Lo è perché utilizza un linguaggio scurrile senza avvisare il suo lettore, perché lancia dei messaggi comportamentali che, in virtù di quanto sopra, l’autore adotta e fa passare attraverso il protagonista, come il denigrare tutto e tutti, non utilizzare i raccoglitori di rifiuti appropriati buttando le bottiglie per strada, chiaro sintomo d’inciviltà; ma ciò che è peggio è la mancanza di rispetto verso la madre e verso la dimora familiare”.
    Qui il lettore non ci spiega né il perché né il percome il protagonista dovrebbe fare quanto da lui detto, ma si arroga solamente la pretesa di sapere lui cosa dovrebbe fare il protagonista.
    Non ci svela dinamiche né porta esempi, ci dice solamente che Tony Covello dovrebbe fare così, e basta!
    Ora, abbiamo già detto (e Dio, non dovrei essere io a recensire un mio lavoro spiegando la trama) che Covello è un disperato, dunque può parlare come un chierichetto? E un disperato, cosa può insegnare al lettore se non la disperazione? E devo dire che dal disgusto del lettore, in questo ci sono riuscito benissimo.
    Ah, passiamo al discorso “rispetto verso la madre”.
    Ci viene detto chi è la madre? Ci viene spiegato il rapporto conflittuale che a Covello nei confronti della madre, che mantiene lui, e al tempo stesso soffre nel vederla soffrire per aver messo al mondo un figlio sbagliato?
    No, questo non ci viene detto. Il letto si limita a dirci che per lui Covello sbaglia nei confronti della madre; il perché, e chi sono questi due, non viene detto. Come non viene detto contro chi si scaglia Covello, né come lo fa, né perché.
    Non ci viene detto niente, se non ciò che pensa il lettore, ma senza argomentazione alcuna, e come già detto pretendendo che la storia si possa piegare a lui.
    Altra mancanza di maturità nel fare recensioni la si trova in “La cosa peggiore è che il Peluso ha ben chiaro ciò che il lettore negativamente penserà di lui ma si “diverte” a conseguire proprio quel risultato”.
    Devo ripetere ciò che scrisse Vizinczey?
    Inoltre, è bello notare come il lettore non abbia in alcuna parte di questa recensione (e come stupirsi, visto che della trama nulla viene detto) menzionato il fatto che Covello sente persino una voce interiore che lo accusa di essere un fallito.
    Ora, se l’autore si rispecchia nel protagonista, immaginiamoci quanto divertimento possa aver tratto nel dover scrivere di se stesso sempre come se fosse un fallito.
    Wow!
    Poi, passiamo al discorso cuffie: il lettore si è accorto che nella scena tra pagina 190 e 192 era presente un sommario fatto di pensieri? Perché mai l’autore dovrebbe raccontare una cosa ovvia, come il doversi per forza rimettere le cuffie in testa in un call center?
    E da qui il discorso che la sofferenza vissuta in un call center dovrebbe essere ampliata.
    Ehm, ma il lettore ha letto la trama?
    Il call center è marginale; non altro che una cornice nel continuo fallimento di Covello. Inoltre, un uomo che disperato in un vortice di voci arriva a chiudersi in un bagno per cercare un attimo di pace, per me che lavoro da 10 anni in un call center, credetemi, racchiude quanto questo lavoro possa portare alla disperazione.
    La “strumentalizzazione” che le case editrici fanno degli scrittori emergenti.
    Antonella Cilento, mia attuale maestra, mi ha insegnato che le cose nei romanzi non vanno dette, ma devono essere vissute dai personaggi.
    Ehm, Covello si trova in una presentazione (anche qui il lettore era distratto?) in cui è un burattino nelle mani di un editore, e si trova comunque a essere un niente pur dopo aver raggiunto il successo.
    No, per il lettore Covello avrebbe fatto bene a salire su di un palco e tenere un comizio, anziché denunciare con la propria disperazione ciò che è oggi il mondo dell’editoria.
    Wow!
    Che dire? Questa recensione tutto fa tranne che analizzare il testo e la trama, né tantomeno i protagonisti.
    In sintesi, non è una recensione, e mi sentivo di dirlo perché “le non recensioni” espresse pubblicamente sono pericolose.

    Se dovessi io recensire The writer, con l’esperienza di oggi, dire come prima cosa che manca totalmente il senso del gusto (inteso come senso fisico) nel romanzo; non lo si avverte mai. Inoltre, il colpo di rottura avviene dopo troppe pagine, rendendo prolissa la narrazione iniziale in cui il protagonista non lascia spazio a niente e a nessuno; appena un po’ alla figura materna e a quella di Antonella (lo so, non sapete chi è. Ovvio! Il lettore mica vi ha narrato la trama), che sembra quasi una spalla che dà risposte a Covello.
    Direi inoltre che le figure dei due amici non sono ben definite, e aggiungerei che la figura materna poteva essere delineata meglio, e così i dialoghi madre e figlio (In questo mi sono migliorato con LEI, romanzo inedito).
    Se fossi stato io a fare una recensione, avrei notato subito un Climax tardivo e troppo vicino al punto di non ritorno, così da rendere velocissimo il finale.
    Tutte cose che la recensione non dice; forse perché il recensore stesso ignora queste norme nel romanzo. E avrei aggiunto che alcune scene sono piatte, in quanto Covello tende sempre a dominare la scena; proprio come quello in cui ci sta la rottura con una delle sue donne.
    Insomma, mi dispiace, ma questa non ha nulla di una recensione. Non è argomentata!
    La sola cosa trasparente, ma che è ovvia, e detta da me stessa al momento della consegna di questo e altri romanzi, è che in essi vi sono alcuni refusi dovuti alla mia inesperienza di allora, quanto al mancato editing di un editore; romanzi che ora reputo pari a un decino di ciò di cui sono capace.
    Spero che questa recensione alla non recensione possa aiutare il recensore a fare recensioni più mature e professionali.

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    • Blog and the City ha detto:

      Le nostre recensioni sono fatte da “lettori comuni”, non da recensori professionisti commissionati da Case Editrici o dagli autori stessi. Cafagna è un lettore maturo e professionale, ed esprimere il suo parere in base a suggestioni, emozioni e gusti prettamente personali. Così come un recensore maturo e professionale scrive una recensione che, per quanto possa definirsi tecnica e dettagliata, non può esimersi dall’influenza dettata da gusti strettamente individuali. Le recensioni veritiere – e quindi non falsate dal bisogno di compiacere o stroncare per partito preso – hanno una loro dignità. Esigono rispetto. E questa è una di quelle, a prescindere dal giudizio complessivo sull’opera, che può piacere o meno all’autore, e all’espressione un po’ colorita usata dal lettore per definire lo stesso. Non ci si può indignare se si viene etichettati con uno “stronzo” (probabilmente scritto a caldo, di pancia, appena terminata la lettura) se nello svolgimento dell’opera non ci si è lasciata sfuggire occasione per denigrare, insultare, beffeggiare l’intera umanità. E nemmeno ci si dovrebbe crucciare se il lettore identifica e giudica il binomio protagonista=scrittore, dal momento in cui, fino a prova contraria, l’opera risulta essere autobiografica.
      Noi del blog ci auguriamo, invece, che le nostre recensioni aiutino i lettori a orientarsi negli acquisti e gli scrittori a migliorarsi, proiettandosi alla crescita attraverso manoscritti sempre più maturi e professionali. E, cosa non di poco conto, ricordiamo che la recensione è UNA recensione, e quindi non il giudizio della comunità, ma di UNA persona. E nel caso del nostro blog le recensioni sono affidate a membri di una commissione esterna, formata da lettori autentici. Per ultimo, postiamo le recensioni sul Blog ma anche su Amazon, e quindi siamo costretti a rispettare le norme vigenti, che impongono limiti anche sulla lunghezza dei giudizi. Quindi c’è poco da dilungarsi sulla trama o su fattori tecnici…

      Ad maiora Marco. E ancora grazie Filomeno!

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  2. Filomeno Cafagna ha detto:

    Buona Sera,
    Vista l’alzata di scudo fatta dalla redazione, a cui va il mio ringraziamento, resta poco da aggiungere e, quel poco, si concretizza in quanto segue:
    1) ogni scarrafone è bello a mamma soja;
    2) re•cen•sió•ne/ Esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un’opera di recente
    pubblicazione (fonte: Treccani)
    3) Lo scrivente l’opera The writer l’ha letta, come si evince dalla recensione, prima di
    leggere la “nota biografica” dell’autore proposta a margine dell’opera stessa per cui
    l’affermazione di Stephen Vizinczey da lei citata è stata rispettata
    4) chiunque, che sia scrittore o “recensore” nel momento che esterna un suo pensiero in pubblica
    piazza ed in qualsiasi forma, dev’essere consapevole che immediatamente o nei tempi modi e
    mezzi a disposizione dell’ascoltatore, è sottoposto ad un giudizio che può essere o meno
    favorevole.
    Non penso serva dire altro nel caso sono a sua disposizione.
    Rispettosamente
    il lettore Filomeno Cafagna

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