Camera N°26 – Marco Peluso

downloadLa pioggia cadeva forte e rumorosa sulle tettoie di zinco dei palazzi e sul duro asfalto in quella notte scura e densa come la pece, in cui Tony, da solo come sempre, se ne stava con la fronte poggiata contro al gelido vetro di una finestra, ascoltando il ticchettio della pioggia alternarsi a un notturno di Chopin proveniente da una vecchia radio.

Da quella lercia stanza d’albergo che conosceva come le sue tasche, lì al quarto piano di un palazzo solamente per puttane e pezzenti, vedeva i palazzi di quella città simili a tanti pezzi di un domino. Tutti uguali. Le mura di pietra di palazzi di tre o cinque piani, vecchi come la stessa città. Mura grigie annerite dalla pioggia, e su di esse residui di stucco colorato simili a macchie tumorali su di un organo che sta marcendo.

Veloce la pioggia scorreva sui rigagnoli che formavano la strada, portando in essa residui di rifiuti e la loro puzza, in quella città ormai deserta dove non era rimasto alcun negozio aperto se non un piccolo bar da cui proveniva una forte luce giallastra, un doner kebab in disfacimento, dalle mura incrostate di sporco che puzzavano come carne marcia, e un internet point con su di esso una tabella colma di scritte in arabo o in russo.

Sotto a quel diluvio che aveva spazzato via la città, resistevano solamente due prostitute forse minorenni, in piedi sotto a uno dei lampioni che emanavano un luce tra il giallo e il rosso lì su quel lungo tratto di città diramato da vicoli bui.

Tony poggiò la mano contro al vetro. Era freddo, e la pioggia lo faceva vibrare sotto al suo palmo.

Dalla sua bocca uscì una nube di fumo che si addensò contro al vetro, frantumandosi, per poi svanire contro la faccia turbata di Tony.

Aspirò la puzza del fumo di cui ormai tutta la stanza era piena, e così il suo corpo. Diede ancora un tiro alla sigaretta, cercando invano di far sparire quella notte in una nube di fumo, e con essa quella città intasata come un lavello. Ma lei rimase lì, immobile come la vittima di uno stupro lasciata a piangere in un angolo.

Si allontanò da lì di qualche passo, voltandosi, senza neanche sapere cosa guardare.

La stanza era in disordine. Un mucchio di vestiti erano sparsi su di un vecchio pavimento composto da mattonelle grigie, e le mura color ocra erano appena illuminate dalla luce di una lampada posta su di un comodino accanto a un letto matrimoniale sfatto; lì dove dalla radio provenivano ancora le note di Chopin, forse la sola cosa bella in quella stanza che puzzava di fumo e muffa.

Quasi sorrise, Tony, mantenendo la sigaretta tra le labbra e ispirando fumo dalle narici.

La strinse con le dita e cercò di allontanarla dalla bocca. Percepì il filtro incollato alle labbra. Il sapore della carta su di esse. E poi un piccolo, impercettibile dolore tirandola via, e con essa un’invisibile sfoglia di pelle.

Mosse le labbra bagnandosele, sentendo un quasi impercettibile sapore di sangue, andando verso il comodino, dove si fermò, spegnendo la sigaretta in un posacenere stracolmo.

Fissò per qualche istante la radio. Amava la musica classica. Era una passione ereditata da suo padre; un uomo di cultura ma che non era riuscito mai nella vita. Infatti, finché fu in vita continuò a lavorare come manovale, benché come Tony non fosse alto di statura né robusto. Ma continuò a lavorare onestamente ogni giorno della propria vita, inculcando a Tony l’amore per la lettura e per la musica classica, finché un giorno non fu stroncato da un cancro.

A Tony non rimasero altro che i vinili, le musicassette e i libri del padre, e una madre che dopo un anno dalla morte del marito; dopo un anno tra ubriacate e uomini portati a casa sotto gli occhi di suo figlio, da un giorno a un altro lo abbandonò da solo in un letto.

Quando Tony riaprì gli occhi, in quel mattino che non dimenticò mai, non sentì di certo il profumo del latte provenire dalla cucina. Ma non si sorprese, perché ormai era da mesi che non lo sentiva. Come non sentiva più la musica classica echeggiare tra le mura di una casa che ormai stava cadendo a pezzi. No, dischi e musicassette aveva dovuto nasconderli perché sua madre, una notte in cui era ubriaca e aveva litigato con uno dei suoi tanti amanti, non li buttasse via in un impeto di rabbia urlando «Quel fallito di tuo padre non ci ha lasciato un cazzo se non debiti!»

In quella casa si udivano solamente silenzio, urla e gemiti di amplessi sessuali. Era un’alcova di rabbia, disgusto e dolore, al punto che a soli dieci anni e mezzo Tony capì com’era fatto un preservativo, vedendolo nella tazza del water, ancora pieno di sperma.

Quella mattina invece capì cosa significasse l’abbandono, entrando prima in una cucina deserta in cui si sentiva solamente il tanfo di piatti sporchi lasciati a marcire in un lavello, e poi in quella che fu la camera da letto di suo padre; ormai solamente una stanza dalla porta sempre chiusa, e da cui udiva continuamente gemiti di piacere, urla e parolacce.

Quella mattina la trovò però aperta. Addirittura spalancata. Proprio come le ante degli armadi ormai vuoti: una stanza che sembrava abbandonata da anni, dove ormai non ci stava altro che lui, lenzuola sgualcite su di un materasso pieno di macchie, e qualche straccio sul pavimento.

Già, Tony aveva ereditato dal padre l’amore per la musica classica e per la lettura, mentre dalla madre aveva ereditato il bisogno di bere e la rabbia verso il mondo.

Spense la musica, senza sapere neanche perché lo stesse facendo. Afferrò una bottiglia di whisky di sottomarca; quelle pessime imitazioni di Jack Daniel’s che si trovano nei discount, e alzando il braccio la portò alla bocca.

Percepì il vetro tiepido della bottiglia contro le labbra, e poi liquido amaro nella sua bocca, fino a scendere nella gola, e poi svanire chissà dove.

Abbassò la bottiglia e guardò ancora attorno a sé. Il silenzio ora regnava in quella stanza. Da fuori alla finestra non si sentiva altro che la pioggia battere contro al vetro e sulla strada. Al di là della porta qualcuno urlò contro chissà chi «brutto stronzo, domani vedi di pagare o ti manderò via a calci in culo» e improvvisamente qualcosa iniziò a battere contro a un muro. Colpi secchi e decisi, seguiti da un ridondante e disgusto «dammelo, dammelo, dammelo.»

Rimise su la musica e alzò il volume, cercando di mettere a tacere quei rumori. Di mettere a tacere la sua vita.

Strinse con forza il collo della bottiglia, come se volesse spaccarla. L’alzò nuovamente e la portò alla bocca. L’acre odore del whisky gli bruciò le narici, e altro liquido amaro arse la sua gola, anestetizzando quasi il palato e la lingua, tanto fu forte e lungo il sorso.

Suo padre cosa avrebbe detto di lui?

Quasi quarant’anni, un lavoro instabile, e lì in quella stanza per una donna. La donna di sempre. La sola che gli era rimasta.

Sarebbe venuta a breve. Si vedevano sempre lì, al Jolly hotel. Stanza numero 26. La stanza di sempre.

Sara non aveva mai voluto cambiarla. Lui non sapeva perché, pensava a una ridicola romanticheria, o quelle nostalgie da donna. Cose simili a dover andare in bagno prima e dopo aver fatto l’amore.

La porta del bagno era ancora aperta. Sarà ancora non era arrivata. Erano le undici e quaranta. Erano passati dieci minuti dall’orario fissato per l’appuntamento.

“E se avesse avuto un imprevisto?” pensò, voltandosi di scatto verso il letto, fissando il suo cellulare.

Lei non aveva chiamato. Silenzioso quel pezzo di plastica stava lì fermo, mentre lui lo fissava ancora, portando nuovamente la bottiglia alla bocca.

Il sapore bruciante e duro del whisky non cancello quel pensiero, né tantomeno andò in fumo assieme al fumo emesso da un’altra sigaretta.

Fissò la porta di quell’albergo. La pioggia incensante batteva contro alla finestra, e la musica di Chopin sembrava ricoprire i gemiti provenienti dall’altra stanza e lo squallore di quella situazione. Lo squallore di quella sua vita.

Guardò un muro su cui stava poggiato un grosso armadio da un’anta quasi penzolante. L’armadio vibrava, e così il muro, scosso dal rumore della spalliera del letto nella camera accanto, e da quei gemiti soffocati a malapena da Chopin.

Poi un urlo più forte rimbombò nella stanza, soffocato quasi da un bacio, o forse da un cuscino contro la faccia.

Tony sospirò, chinando lo sguardo e poggiando la mano sul materasso.

“È quello che tra poco faremo io e lei?” pensò, portando la bottiglia verso le labbra, ma così scosso da non riuscire neanche a sfiorarla.

Strinse in un pugno un morbido ma freddo lenzuolo che aveva accolto chissà quanti amori fasulli e vuoti amplessi sessuali; reliquia che portava impressi su di essa mille volti di sconosciuti che si erano incontrati in un sesso passeggero che puzzava di sporco.

La lasciò di colpo, come trafitto da mille pensieri; lance roventi nella sua mente avvolta da una nebbiosa vertigine.

Erano questo lui e Sara?

Non ebbe il tempo di darsi risposta. A malapena riuscì a percepire il rude e lievemente salato del fumo nella sua bocca.

La sua attenzione fu subito colta dal un rumore dietro la porta. Come un gatto travolto dai fari di un’auto, come un bambino che la notte di Natale aguzza l’udito per udire ogni rumore proveniente dalla stanza in cui sta l’albero, guardò con aria attenta la porta, fissando la maniglia abbassarsi e il rumore della chiave girare nella serratura.

Ci fu uno scatto deciso nella toppa. Il suo cuore balzò, quasi fermandosi e salendogli in gola. E lei, con addosso un cappotto rosso macchiato dalla pioggia, i neri capelli coperti da un cappellino di lana dello stesso colore del cappotto, entrò con fare agitato e veloce nella stanza, chiudendo alle sue spalle la porta e lasciando in un angolo l’ombrello zuppo di pioggia.

Non guardò neanche Tony tanto era stravolta, come se arrivare lì fosse stata la più tremenda delle fatiche.

«Dio santo!» ansimò, stanca a provata, poggiando la sua sinuosa schiena contro a quel muro che da poco aveva smesso di vibrare.

Chinò il capo, sospirando e portando le sue piccole mani contro la lana bagnata del suo capello.

Lo strinse e lo sfilò velocemente, facendo volare in aria una massa indomabile di capelli simili a una criniera.

Passò le sue sinuose mani in quella chioma che emanava un invitante profumo di caramello, aggiustandoli alla meglio, e finalmente guardando Tony ancora seduto su quel materasso, fissandola come se non avesse mai visto niente di più bello al mondo.

Lui fu travolto dalle forme sinuose di lei, invitanti nonostante quel cappotto che le arrivava a mezza gamba, lasciando intravedere le sue calze nere che terminavano con scarpe dal tacco alto e dello stesso colore.

La scrutò dal capo ai piedi, come se non l’avesse mai vista prima. Come se quel loro rapporto non durasse da due anni, ma fosse la prima volta che si trovassero lì. Come se quello fosse il loro primo incontro.

E per lui in parte era così.

Nel vederla, ebbe quasi voglia di annusarla. Di respirare l’odore di sesso che emanava la sua pelle; quell’odore eccitante di secrezioni umide e calde, come quelle emanate dal sorriso rosso fuoco che lei gli donò, come fosse un bacio che sugella una promessa.

Ma la promessa fu infranta subito, appena lei vide la bottiglia nella forte mano di Tony.

Smise di sorridere e infastidita, con passo veloce, come da rituale si diresse verso il bagno. Facendo battere i gommini dei tacchi sul pavimento e dicendo con voce acida «sempre una bottiglia a portata di mano, vero?»

Lui udì il rumoroso e nervoso battere di tacchi di lei, osservando il suo corpo avvolto da quel cappotto rosso muoversi sotto le vellutate carezze della luce gialla riflessa nei suoi capelli, capace di adornarli con scintillanti sfumature verde smeraldo.

Era bellissima nella penombra, persino con quell’aria arrabbiata. Bellissima, mentre i suoi passi sembravano quasi stessero seguendo le note della musica di Chopin in una triste danza, e il suo profumo di dolce sembrava capace di sfumare la puzza di fumo e squallore di quella stanza.

Ma andò via. Di lei non restò altro che una porta chiusa, e una scia di profumo che lentamente svaniva nell’aria ora nuovamente malsana.

Tony ansimò, sentendo il proprio cuore gonfio di lacrime e dubbi. Fissando quella porta chiusa innanzi alla sua vita.

Gli tremavano le gambe, al ritmo delle lancette di un vecchio orologio contro al muro.

Improvvisamente la radio perse il segnale. Un brusio fastidioso come migliaia di mosche che ronzano in un megafono trafisse le sue orecchie, e dopo pochi secondi, appena fu cessato, nel silenzio più assoluto di quella stanza densa quanto crema andata a male non si udì altro che il rumore del discarico.

Gli occhi di Tony rimase incollati ancora verso quella porta illuminata solamente dalla penombra. La sigaretta quasi consumata stava tra le sue dita, e non aveva neanche la forza di alzare la bottiglia.

Rimase lì immobile a inalare il fetido fumo della sigaretta, finché la brace gli bruciò le dita.

Un’improvvisa smorfia di dolore si corrucciò sul suo viso, mentre di scatto lasciò cadere a terra la sigaretta.

Il bruciore sulle sue dita sembrò affievolirsi. Senza preavviso alcuno, tra la pioggia che batteva forte e urla che improvvisamente echeggiarono dalla stanza di fianco, la radio tornò a funzionare. La musica di Chopin volò in aria, soave come quella carezza che Tony desiderava ardentemente, perdendosi assieme al fumo di quella sigaretta sul pavimento che esalava il suo ultimo respiro.

Si udì solamente un forte pugno contro al muro, e poi qualcuno urlare «sei una dannata puttana!»

La porta del bagno sì aprì di colpo. L’attenzione di Tony era rivolta solamente verso di essa; tutto il resto era svanito.

«Ma che diavolo succede qui?» borbottò Sara, uscendo dal bagno con fare lento e serio.

Tony fissò quel manto di capelli neri ondeggiare a ogni passo di lei.

Aveva ancora il capotto addosso.

Perché aveva ancora il cappotto addosso?

Sospirò e poggiò la bottiglia sul pavimento, udendo quelle urla sfumare lentamente tra le note di Chopin e la pioggia sempre più forte.

«Che vuoi che ti dica» le rispose, mettendosi in piedi e andandole vicino.

Lei si scansò prima che lui potesse raggiungerla, come se avesse fiutato la sua presenza, pur stando girata di spalla.

Si mise contro l’armadio, sentendolo vibrare contro la su schiena a causa di un altro pugno, prima che tutto finisse.

Si guardò attorno. Vide quella radio coperta di polvere. Il materasso dalle lenzuola sgualcite, e la lampada che illuminava a fatica l’ambiente fetido di muffa.

Mordicchio il suo labbro inferiore che Tony aveva baciato mille volte. Quel labbro che aveva lo stesso sapore dello zucchero filato.

L’aveva mai mangiato se non dalle sue labbra, Tony?

Gli sembrò di ricordare di averlo fatto in infanzia. Non ricordava dove; forse al luna park oppure a qualche sagra di paese. Ma di certo ricordava di averlo fatto assieme a suo padre.

Eppure in quel momento non vide innanzi ai suoi occhi se non il volto di sua madre. E gli sembrò persino di sentire quelle risate crudeli e quei lascivi gemiti, mentre Sara stava lì ferma a fissarlo con aria fredda.

Poi si scostò da lì velocemente, facendo risuonare nuovamente i suoi tacchi in quella stanza spoglia, fino ad arrivare alla finestra.

Sfiorò appena il vetro con il palmo della mano, facendo scivolare la mano su di esso e voltandosi lentamente verso Tony, lì paralizzato a fissarla, vedendo il volto di lei simile a quel vetro bagnato dalla pioggia.

«Come possiamo sopportare tutto questo squallore?» gemette, fissandolo, lì immobile davanti a quel vetro contro cui la pioggia batteva sempre più forte, quasi volesse spaccare la finestra per risucchiare il corpo di Sara in un potente e vorticoso vento gelido.

Tony si avvicinò a lei di qualche passo. Lei si voltò nuovamente, tornando a sentire il freddo vetro contro la sua mano.

«Ma sei tu che vuoi sempre venire qui» le rispose, andando ancora avanti fino a raggiungerla.

La mano scivolò dal vetro. Un forte respirò lo appannò, per poi diramarsi lentamente assieme alla musica di Chopin che sfumò in un atroce e lancinante fruscio.

«Non è di questo posto che parlo, Tony» sussurrò Sara, immobile davanti a quello specchio come fosse uno spettro.

La radio si fermò del tutto. Un ultimo sibilo e poi ogni rumore cessò, proprio come succede dopo il fischio che antecede un infarto.

E fu il cuore di Tony a essersi spaccato?

Pietrificato, sentendo il proprio corpo intorpidito, rimase lì immobile a fissare Sara. Non vedendola neanche. Non vedendo nulla, se non la città portata via dalla pioggia.

Cercò di fare un altro passo in avanti. I muscoli erano come intorpiditi da un tremendo sforzo; forse lo sforzo del suo cuore: elettrocardiogramma sotto sforzo atto a misurare la sua resistenza cardiaca.

Non ce la fece! Il cuore era a pezzi. Lui sapeva, ma non voleva sapere. In bocca aveva un sapore amaro simile a quello del sangue. La musica di Chopin, lentamente, aveva ripreso a suonare in quella stanza, come fosse un requiem che annunciava la sua morte, il volto di Sara, ora fisso davanti a lui; pallido come la luna nel cielo nero, lo fissava con due camei di madreperla che sembravano bagnati dalla rugiada.

Stava per piangere? Il loro sogno stava per finire? Quelle parole erano forse un addio?

Ma esisteva davvero un sogno?

Avvolti dal fumo che sembrava essersi impossessato delle stanza, come se le mura giallognole stessero vomitando migliaia di sigarette che non reggevano più, loro due restarono fermi, sovrastati dal rumore della pioggia e dalle note di Chopin, e non percependo tra le mani altro che una lieve brezza colma di dolore, rimpianti e lacrime.

Era finita! Era davvero finita. Tony lo capì dallo sguardo intenso e serio di Sara. Uno sguardo che non aveva visto neanche nei loro peggiori litigi; quando lei minacciava di mollarlo oppure di uccidersi.

E ci stava qualcuno da lasciare in quella stanza?

«Ma a chi vogliamo prendere in giro, Tony?» strepitò, agitando le sue magre braccia coperte dal cashmere rosso e fendendo un’aria densa come un magone alla gola.

Si allontanò di scatto dalla finestra, furiosa, forse con se stessa. In lacrime.

Oltrepassò Tony, ma lui, istintivamente, senza neanche pensarci, si voltò di scatto afferrandola per un braccio.

Sentì quel morbido tessuto contro al palmo della sua mano, pur non percependo altro che freddo, e in un atto facendo rigirare il corpo di Sara, come fosse solamente una bambola.

La vide davanti lui. Era spaventata. Gli occhi arrosati come le gote, sporchi di rimmel, non osavano guardarlo. Neanche quando con un forte strattone tirò via il braccio urlando «lo vuoi capire che non ha senso continuare?»

Un pianto feroce avvolse l’intera stanza; caldo e bagnato come si sogna una pioggia d’estate.

Ma nessuna pioggia è mai davvero calda. Essa inzuppa i vestiti che ti si incollano addosso, raffreddando le tue carni fino a farti ammalare.

Erano dunque batteri che stavano divorando il loro amore?

No, di amore non ce n’era mai stato in quella stanza, e ormai Sara non ce la faceva più a tenere nascoste sotto a delle bende le raggrumite di sangue le mortali e nauseanti ferite della peste.

Si tirò indietro, alzando appena lo sguardo; occhi scuri e anneriti dal mascara, illuminati dalla spettrale luce di una lampada.

«Tony, lo vuoi capire che non ha sento? Noi non stiamo neanche assieme, e forse mai staremo assieme.»

Ecco cosa rimbombò in quella stanza. In quel piccolo mondo spoglio dalle mura color ocra giallo. Nel mezzo di un silenzio in cui in quel momento solamente le note di Chopin suonavano attorno al corpo paralizzato di Tony. Lì fermo a fissarla. Avendo la certezza di essere morto.

Ma sentì un tremolio della mano, mentre lei scoppiò in un pianto più forte, stringendosi il viso e affondando le dita nella carne, come se volesse strapparsi dal cranio una maschera.

Era forse una maschera che Tony aveva amato?

No, non voleva crederlo. Non poteva crederlo!

Mentre il suono delle lacrime di lei, macchiate di rimmel, aleggiavano come l’ululato di un cane in quella stanza, lui, spinto da una strana forza, la raggiunse e iniziò a stringerla forte.

Era un abbraccio disperato. L’abbraccio di un condannato a morte che sta urlando “non uccidermi”.

Iniziò violentemente a baciare il volto di Sara come se ne fosse affamato. Come se stesse assaporando quella pelle una volta buona quanto la vaniglia o un melograno, ora amara come il sapore delle lacrime salate miste al rimmel che macchiavano le sue gote.

Ma non si fermò.

La stava divorando, nel mezzo di un vortice di luce e musica che li avvolgeva, lui continuava a divorarla, seguito dall’ansimare di lei; respiri affannati di lotta gettati contro al viso di lui: il desiderio e la voglia di fuggire. Tormento che trasudava dalle sue labbra salate e dalla sua pelle cocente, mentre resisteva a fatica ai baci di Tony, percependo le mani di lui scivolare sotto ai suoi vestiti, accarezzando quelle carni che tante volte aveva baciato. Percependo la prepotenza di forti dita che stringeva quella carne come se volessero stracciargliela dalle ossa; il dolore e la rabbia di un uomo che stava perdendo tutto!

Ci fu ancora un sussulto. La musica sembrò incepparsi di nuovo, per poi riprendere con un crescente, potente come i baci di Tony.

Lei li sentì risalire sul suo viso e poi sul collo, mentre una mano si insinuava sotto la sua maglietta, e un’altra la stringeva con forza per non farla scappare, finché Tony, senza fermare la propria foga, sussurrandole a un orecchio «Io ti amo, ti amo! Resta con me!» le diede il colpo definitivo. Quello che ti porta a decidere di vivere o morire.

Cosa decise Sara?

Con uno scatto forte e irruento riuscì a scaraventare via Tony.

Restò ansimante contro al muro. Provata. Mentre Tony, caduto a terra la fissava senza capire cosa stesse mai accadendo. O forse capendolo, ma senza accettarlo.

Poggiò la mano sul freddo e polveroso pavimento, tirandosi su e sentendola dire «Noi non stiamo assieme, Tony, e lo sai.» Parole che lo uccisero, trafiggendolo come una lama.

Era la verità, e lo sapeva.

Quelle mura fetide di muffa. Quella musica in sottofondo. Quel duro materasso dove tante volte si erano scambiati immensi giuramenti: tutta una farsa! Lui lo sapeva. Avrebbe dovuto saperlo da sempre. In fondo sapeva da sempre chi erano; folli legati a una speranza. Non altro che questo. Degli attori che puntualmente, due o tre volte alla settimana, recitavano una parte nella camera 26 di uno schifoso albergo, per poi tornare a esistenze squallide al di fuori di un palcoscenico.

Ormai era giunto il momento di calare il sipario, e stava succedendo proprio in quel momento. Un nero sipario stava calando sulle loro vite, e sulle mura marce e fetide di muffa di quella stanza numero 26.

La stanza crollò del tutto sul corpo di Tony quando lei gli disse «Tu lo sai che sto ancora con lui, e che forse non lo lascerò mai.»

Un magnitudo 6.5 scosse la terra sotto ai piedi di Tony. Le mura iniziarono a crollare, e il sangue di mille certezze a grondare dal soffitto marcio.

“Lui”, già, il nome da non dire. Il nome che non poterono mai pronunciare in quei due anni.

Ma lui ci stava sempre. Lui era ovunque. Lui era le stesse mura di quella stanza; colui che li aveva relegati in una recita tenuta nella fetida e cupa stanza 26 di un malfamato albergo.

Lei di giorno vagava assieme a lui lasciando che la sua pelle liscia e profumata di vaniglia fosse baciata dai raggi del sole, mentre con Tony poteva stare solamente di notte. All’ombra del mondo. Come un topo nascosto in una stanza; la stanza 26, quella di sempre.

Tutte le promesse, tutti i baci, il profumo di sesso di cui era impregnato quel materasso; tutto fu rotto dalla parola “Lui”, e dalla voce in lacrime di lei che gli disse «Io non ce la faccio più a vivere così, Tony. Non mi sento neanche più viva! Non so più neanche chi sono.»

Un’altra scossa di terremoto scosse il corpo di Tony, e la luce attorno alle mura diventò sempre più flebile, come il suo stesso respiro. Mentre le cupe note di Chopin continuavano ad accompagnare il suo tormento.

Ma cercò di farsi forza. Era un incubo! Non poteva essere altrimenti. Non altro che uno dei loro soliti litigi.

Cercò persino di sorridere. Un lieve e freddo movimento degli zigomi che percepì appena sul suo volto rassegnato.

Si avvicino a lei di un paio di passi, dicendole «Dai, vedrai che presto o tardi ci riuscirai. Io ti aspetto!» allungando lievemente la mano verso di lei, ma non afferrando altro che tiepida e fumosa aria.

Lei si scostò di colpo. I suoi capelli volarono nell’aria, sfiorando l’armadio e la mano di Tony che non riuscì a raggiungerla.

Quella mano fredda, vuota, avvolta dal nulla, lentamente cadde senza neanche percepire più l’aria attorno a se; non altro che un ramo abbattuto che cade su fangoso terreno, pronto a essere bruciato nel fuoco. Nel fuoco della rassegnazione. Nel fuoco di quelle parole che sovrastarono ogni altro suono, insinuando nelle sua testa la frase «È per me che lo faccio, non per te.»

Ed era vero. Come vero in quel gelo furono le lacrime di lei prontamente asciugate, mentre salate lacrime iniziarono a bagnare la pelle di Tony, lontano da lì anni luce.  Gettato in un limbo da cui non poteva uscire; lontano dalla stanza 26 in cui aveva costruito la sua vita.

«Io voglio normalità e pace, Tony. Voglio una vita normale» riprese lei, stringendo le sue stesse mani e agitandole verso di lui, come fosse una preghiera.

«E con me non l’avresti questa normalità?»

«Non è questo!» strepitò, battendo con forza il tacco contro al pavimento, come se lo stesse per spaccare.

Ansimò e chinò il viso. La musica di Chopin sembrò incepparsi, per poi riprendere subito, mentre Tony stava lì immobile, zampillando sangue dal suo corpo al punto che non ebbe la forza neanche di prendere da bere o da fumare.

Poi arrivò la scoccata decisiva, nel gelo di quella stanza. Qualcosa di ben più forte del tuono che rimbombò al di là della finestra, facendo tremare quei vetri ancora percossi dalla pioggia.

«Io stanotte ho fatto l’amore con lui. Ecco cosa!» gli confessò in lacrime. Fredda davanti a lui come una pallida novizia vestita di nero. Mentre in un lampo ogni pensiero nella testa di Tony era svanito. Il cuore aveva smesso di battere; non ne sentiva più neanche il rumore. E la stessa stanza era sparita in una densa nebbia che lo stava divorando.

Non vide neanche le lacrime di lei. Non vide niente. Solamente quelle parole si muovevano attorno a lui come un turbinio di urla; le stesse urla malefiche che sentiva al di là della porta di una camera da letto sempre chiusa. L’appartamento 26, quello dove morì suo padre. Quello in cui sua madre portava i propri amanti, lasciandolo da solo nel nulla, giocando con le mura mentre era costretto a sentire quei lascivi gemiti.

Ne avrebbe sentiti ancora?

«Dannata puttana!» urlò, scagliandosi su di lei. Vedendo quel volto pallido, ora terrorizzato; stupore e terrore su quel volto che aveva tante volte baciato.

Le fu addosso, in un impercettibile attimo.

Il corpo di Sara cadde a terra con lui su di lei, trascinando al suolo l’anta penzolante dell’armadio.

Ci fu un forte boato. Qualcuno urlò da al di là della porta. Qualcun altro batté contro al muro. La pioggia continuava battere contro ai vetri, Chopin a espandere le sue tristi note in quella buia stanza, e lui stava su di lei, cingendole il collo con le sue forti mane abituate alla fatica. Stringendo quel piccolo ed esile collo tra le sue forti mani. Digrignando i denti e stringendo sempre più forte, sentendo il corpo di lei vibrare sotto al suo, il collo pulsare, le vene battere forte e gli occhi di quella donna -di quella sconosciuta- vitrei fissarlo con sgomento; consci solamente di quella morte che la stava uccidendo.

Stava morendo, e lo sapeva. Non udiva più Chopin nell’aria. Non sentiva nulla se non un brusio. La sua intera vita era concentrata su quelle forti mani che le stringevano il collo. Due calde tenaglie di carne che stringevano le sue arterie pulsanti, tirando verso l’alto la pelle e premendo contro la mandibola.

Non riusciva a respirare. Il cuore batteva fortissimo; 110 battiti al minuto interrotti ogni 5 secondi da un’extrasistole che preannunciava un infarto. La rottura di quella macchina che invano cercava di portare ossigeno al cervello.

E la stretta diventava sempre più forte!

«Muori, puttana!» urlò lui, tenendo le gambe attorno al corpo di lei e sentendo quella carne bollente e trepidante sotto le proprie mani. Fissando quegli occhi che stavano per fuoriuscire dalla orbite, spinti dalla pressione dell’ossigeno che violento cercava di arrivare al cervello. E quella pelle simile a porcellana, ormai viola come un livido. Quelle labbra che tante volte aveva baciato, ormai gonfie e secche accoglievano una lingua disgustosa che come un misero pezzo di carne avariata fuoriusciva da esse.

Era quello il volto del loro amore?

Diede una stretta più forte. Piccole e incomprensibili parole uscirono dalla bocca di lei. Poi della bava le colò sulla guancia. Le mani di lui, dure come acciaio, strette attorno a carne ormai diventata fredda; un pesce che aveva smesso di dimenarsi.

Tutto si fermò!

La guardò ancora. Nessuno urlava in quel palazzo, e Chopin aveva smesso di suonare.

Ci stavano solamente loro in quella stanza. Persino la pioggia aveva smesso di battere contro la finestra. Ci stavano loro, e la puzza antisettica della morte. Quella morte che lui fissò negli occhi di lei, totalmente sbarrati, come se stessero fissando l’attimo preciso in cui la vita l’aveva abbandonata.

Tony la riuscì a scorgere quella vita?

No, si tirò su. La guardò ancora; non altro che carne marcia sul pavimento freddo. In fondo ciò che era stata sempre. In fondo ciò che erano stati sempre.

La guardò ancora qualche istante, senza provarne né pena Né disgusto.

Indifferenza, questo provava. Era vuoto e silenzioso come la stanza 26 di quell’albergo. Come l’appartamento 26 in cui aveva vissuto da bambino.

Si allontanò da lei. Come per miracolo Chopin riprese a suonare, e une risata volgare di donna arrivò da al di là delle mura.

Si mise a sedere sul letto. Lo sfiorò per un attimo, toccando quel morbido lenzuolo che profumava ancora di sesso; non quello fatto da lui e Sara. Quel profumo nessuno l’avrebbe mai più udito, né Tony né Lui.

Sorrise amaramente, sentendo quasi le gote toccargli gli occhi, e afferrando il pacchetto di Marlboro dal pavimento ne prese una portandosela alla bocca e accendendola.

Diede un tiro e lanciò del fumo fetido in aria, girandosi un attimo e guardando il corpo esanime di Sara.

Aveva davvero amato quella donna?

Sembrava solamente un corpo!

E se magari per puro caso fosse nato in un’altra epoca o in un altro luogo, quale Sara avrebbe amato?

Ma ormai non ci stava nessun Sara da amare. Lui afferrò la bottiglia e la portò alla bocca, sentendo quell’amaro e tiepido liquido bruciare il suo palato, sperando che bruciasse anche la sua vita.

Ma nulla arse. Nulla svanì. Nulla morì.

«La vuoi finire di bere? Mi vuoi far sentire in colpa o cosa?» strepitò lei, in quella stanza ormai silenziosa in cui solamente il rumore della pioggia entrava.

Tony, come svegliatosi da un sogno, o forse da un incubo, abbassò la bottiglia e la fissò. Ancora lì. Ancora in piedi contro quell’armadio dall’anta penzolante. Ancora in lacrime, per quella condanna che gli stava donando.

«Devo andare, Tony, non posso restare più qui. Non ce la faccio!» strepitò, correndo subito verso l’ingresso e raccogliendo cappello e ombrello.

Abbassando la maniglia, ebbe appena la forza di guardare Tony con i suoi tristi occhi. Uno sguardo denso come il miele, ma come esso spesso inodore.

«Mi dispiace, Tony. Avrei tanto voluto, ma…»

Non aggiunse altro. Scoppiò in lacrime e uscì da lì sbattendo la porta.

Tony udì le lacrime di Sara e i tacchi che battevano sul pavimento del corridoio.

Lì sentì per un po’, poi svanirono del tutto, lasciandolo da solo nel silenzio più assordante, su quel letto che ormai non aveva più alcun odore, immobile con i piedi sul freddo pavimento e la bottiglia stretta nella mano.

Fissò un attimo la porta. I rumori erano svaniti. “Chissà se sta piangendo ancora?” pensò.

Di certo no. Ciò che doveva fare l’aveva fatto. Ciò che doveva dimostrare l’aveva dimostrato.

Ne era uscita pulita, e lui lasciato lì da solo a marcire, come la carcassa di un cane lasciata in un angolo della strada.

Diede ancora un sorso alla bottiglia. Il vetro ancora nella sua mano. Qualcosa di duro, e sapore amaro nella sua gola e sulle sue labbra.

Si alzò lentamente in piedi. La luce gialla trapassò il suo volto insinuandosi tra rughe vecchie di mille anni.

Qual era il suo volto? Aveva un volto? Sara aveva mai visto il suo volto?

Non ci stavano specchi in quella stanza. Non era concesso alla colpa di riflettersi in quella stanza. Poteva esserci solamente finzione, come un radio mai esistita su di un comò. Vinili e musicassette in verità bruciati da una strega rabbiosa. E un padre sepolto sotto terra, ridotto a cumuli di ossa marce, che mai avrebbe visto il proprio figlio; come non lo vedeva Sara, in quel momento.

No, lei era svanita. Silenzio nella stanza. Freddo. Sapore di cibo marcio e una sensazione di gelo lungo la schiena.

Poggiò ancora il capo alla finestra. Non sentiva quasi il freddo contro la sua insensibile pelle. Udiva solamente il battere della pioggia contro al vetro, fissando quelle strade deserte; palazzi scuri resi lucidi dalla pioggia, e qualche luce proveniente da una finestra.

Fissò la luce di una finestra nel palazzo di fronte. Pensò se fosse anche quella una camera numero 26, e se lì dentro qualcuno stesse morendo.

Non lo seppe. Non seppe niente. Il sapore amaro del whisky bagnò le sue labbra. Altro fumo si addensò contro la finestra.

Lui l’aprì e guardò giù.

La pioggia iniziò a bagnarlo. Forti gocce lo colpivano inzuppando i suoi capelli e facendo colare acqua sporca dal suo viso.

Sorrise. Sorrise amaramente, stringendo con una mano il freddo e duro davanzale di marmo e, chiudendo gli occhi, annusando l’aria della città. Quella puzza di pneumatici bruciati e immondizia bagnata, ora bellissima, trasportata da quel silenzioso vento.

Aprì gli occhi e guardò di nuovo giù. Ora la strada era totalmente deserta. Non ci stava nessuno. Non si udiva nessuno.

Solamente un altro sorriso, e lui si sentì leggero in quell’aria inquinata. Come se stesse volando, proprio come il fumo della sua sigaretta, o forse una busta dell’immondizia.

Sì, domani sarebbe tornata. Lo faceva sempre. Era una farsa! Proprio come sempre.

Nulla sarebbe cambiato.

Autore: Marco Peluso

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