Recensione: Apologia del porco – Marco Di Pinto

APOLOGIA DEL PORCO
di Marco DI PINTO

Edizioni I Sognatori

 

 

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Sinossi

Romanzo che narra le disavventure (stemperate dallo sguardo disincantato e caustico della voce narrante) patite da un giovane lavoratore, Gianni Lovino, all’interno di un’azienda meridionale guidata dalla grottesca figura de “il Porco”: tipico imprenditore che assume personale per fare un “favore” alla gente e creare ricchezza (a suo esclusivo vantaggio), uno zotico arricchito, artificialmente arrogante fino ai confini della pantomima, parecchio cafone, idolatrato da una massa ottusa e ipocrita, convinta che egli sia un benefattore. Non la pensa così il protagonista, che tra un diritto calpestato e un’amara riflessione sulle dinamiche che impediscono al Sud di cambiare lo status quo, troverà il modo per prendersi una beffarda rivincita.

Recensione di Filomeno Cafagna

Scritto con un linguaggio semplice e fluido l’opera di Marco Di Pinto non trova, secondo lo scrivente, una facile allocazione nel pianeta letterario o, per meglio dire può essere vista come:

  1. La fotografia dell’offerta lavorativa del territorio meridionale, scrive infatti l’autore nell’incipit del romanzo riportando la prima esperienza lavorativa  del protagonista in un call centre :” Mi imbattevo in quella che allora cominciava a essere l’unica vera prospettiva di uno pseudo lavoro al Sud” se pur discutibile, tale affermazione non è mendace se dalle prospettive di lavoro si vuole eliminare il lavoro nei campi o nel settore della pesca  i quali, se pur in ripresa, sono di fatto da un lato molto snobbati per via dei sacrifici che detti lavori richiedono, dall’altro la normativa vigente rende la regolarizzazione dei braccianti deleteria per i già labili margini di guadagno dei proprietari di piccoli appezzamenti di terra o i padroni di barca.
  2. Una denuncia delle difficoltà che deve percorrere, subire e superare il giovane che si affaccia al mondo del lavoro a partire dal momento del colloquio d’assunzione che stralciato in libera e mia personale interpretazione vi riporto:” «E per quanto riguarda…» Esitai. Nel Meridione è peccato mortale parlare di emolumento durante un colloquio di lavoro, grossomodo come parlare di corda in casa dell’impiccato. «Che? I soldi?» «Eh.» «Tu quanto vuoi?» Alzai le spalle. «Tieni conto che tengo famiglia.» «E lo so… è quello il problema. Io lo so che sei sposato, che c’hai un mutuo. Zio Franco me ne ha parlato. Omississ…. «Allora?» disse. «Allora… che so… tu ce la fai ad arrivare a uno stipendio normale?» «E che significa normale?» «Quello che ti danno appena entrato in un’azienda.» «E che ne so io quant’è? Tu sei più aggiornato di me sulla materia.» Omississ … In una frazione di secondo mi resi conto che stavo negoziando un pezzo del mio futuro. Omississ… «A mille euro ci arrivi?» «Mille euro si può fare» replicò di colpo il Porco, e io imprecai tra me. Aveva risposto senza pensarci un attimo. Avevo chiesto troppo poco. «Però il contratto non te lo posso fare subito» aggiunse. «Cioè?» «Cioè inizi in nero» Questo è ciò che accade ai più fortunati , tra quei giovani che, come dice la dott.ssa Daniela (altro personaggio dell’Apologia del Porco) a pag 108, vogliono cercare di realizzarsi sul territorio; perché poi ce ne sono altri che iniziano la loro attività lavorativa senza nemmeno questo minimo accordo verbale e per trovarsi dopo pochi mesi a lavorare senza percepire nessun emolumento “abbindolati” dalle parole del datore di lavoro :”c’è crisi, non ci sono soldi, pazienta un altro po’ etc etc” . Nel frattempo, non sono nuovi episodi di mobbing o violenza sessuale perpetrata dai datori di lavoro nei confronti delle lavoratrici cosi come riporta nel capitolo trentacinque, ma la verità più amara è la risposta  che Daniela fornisce a Gianni per giustificare la sua volontà a non voler denunciare il suo datore di lavoro per l’abuso subito, ed emerge la collusione, connivenza che industriali del calibro del Porco hanno con il sistema politico/amministrativo. Il  potere della “mazzetta”, che non necessariamente deve essere in denaro, ma può essere anche come Marco Di Pinto la descrive alle pagg 85 – 87. In tutto questo scenario non è meno importante la cancellazione dell’art.18 che ha donato al datore di lavoro la possibilità di licenziare il dipendente anche senza “giusta causa” per cui, in funzione anche dell’ampio parter di disoccupati presenti sulla piazza, coloro i quali hanno un “posto” per non perderlo sono disposti a subire le peggio vessazioni pur di mantenerlo, all’incerto preferiscono il certo anche se questo ti fa “mangiare” una volta l’anno..
  3. Una denuncia all’escamotage utilizzato dai datori di lavoro i quali mantenendosi nella legalità emettono buste paga con salari irrisori nonostante il dipendente abbia lavorato dieci ore al giorno per ventotto giorni su trenta, lo leggiamo a pag. 116

Quanto sopra sono solo alcune delle allocazioni che si possono dare al romanzo di Marco Di Pinto Apologia del Porco, che non riporta solo momenti tristi e bui della vita del protagonista, ma anche momenti poetici piccanti ed intriganti.
La chiosa del romanzo s’incentra sulla vendetta che Gianni porta nei confronti del Porco la quale, nonostante la sua genialità e le molteplici argomentazioni che con cui si può giustificare  la sua messa in campo porta a fare le seguenti domande che non esiterò a fare all’autore alla prima occasione utile:
1) Quali sono le proposte per risolvere questo stato di cose?
2) La modifica della costituzione su cui il popolo italiano è stato chiamato ad esprimere il proprio parere ieri, 4 dicembre 2016, che riflessi avrebbe potuto avere sull’attuale tasso di disoccupazione giovanile e sull’offerta lavorativa?

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