Pochi passi – Marco Peluso

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Carissimo signor Hant, anche oggi sento il bisogno di scriverle. Ormai questa nostra corrispondenza sta diventando così frequente, che spero di poterla chiamare amico, perché è appunto tale che la sento, carissimo.

 Spero di cuore che tutto le stia andando bene, e che la sua salute sia sempre ottima. Qui ormai l’inverno si fa sentire. Le mura di questa casa, di cui le ho parlato allo sfinimento (spero senza mai annoiarla), essendo di vecchio tufo assorbono come fossero una spugna il freddo, e benché l’ambiente sia piccolo e misero, la mia stufetta riesce a malapena a non farmi soffrire i dolori causati dall’artrite, accartocciando queste vecchie mani che ancora le scrivono.

 Sì, carissimo, si invecchia! A questo non possiamo sfuggire, né io né lei. Però mi creda, quanto vorrei conoscerla finalmente di persona. Vorrei tanto mostrarle questa casa di cui le ho tanto parlato, e ancor più questo vicolo che, forse le sembrerà ridicolo, è diventato un po’ il mio mondo. Come se al di fuori di esso non esistesse niente.mano-che-scrive-982x540.jpg

 Capisco che può sembrare esagerato, carissimo, ma dovrebbe proprio vederlo; e quanto desidero che ciò accada presto, amico mio.

 Sì, dovrebbe proprio vedere il luogo in cui vivo, così diverso dalla Napoli delle cartoline o delle immagini televisive.

 Certe cose non possono essere descritte facilmente, caro amico mio. Dovrebbe vederle con i suoi occhi. Questo vicolo lungo qualche centinaia di metri e stretto appena due, al punto tale che nessun’auto potrebbe mai passarvi, contiene tanti di quei sapori, odori e colori che i sensi faticherebbero a percepirli in un’unica volta.

 Appena si entra, sì sente la frescura emanata dalle pietre dei palazzi, persino nel più torrido agosto.

 Sembrano quasi stringerti. Mura così dure e scure come le si trovano solamente nei castelli. Grossi massi che narrano la fatica e il sudore di chissà quanti uomini.

 Caro mio, dovrebbe vedere questi palazzi. Sembrano quasi crollare a pezzi, ma la loro foggia è imponente quanto quella di un colosso.

 Vorrei tanto lei percepisse l’odore sì di muffa, ma anche di polvere e frescura emanate da quelle pietre.

 Se le toccasse resterebbe stupido dal freddo, la sensazione di duro, la polvere; sembrano quasi il volto di un vecchio. Eppure questi palazzi sono così solenni che passandovi accanto, se dovesse durante il cammino alzare lo sguardo, si sentirebbe un microscopico insetto nel vedere due file di alte e forti mura di scura pietra arrivare fino al cielo, come se potessero toccarlo, o addirittura dominarlo, chiudendo tutto nel loro forte abbraccio.

 Sembrano le colonne del mare che sorreggono l’oceano, ecco cosa.

 Mi creda, mio carissimo, una tale visione può spaventare. Ci si sente davvero piccolissimi a camminare su grigie pietre che formano tanti rigagnoli di polvere, alzando gli occhi a un cielo che non può penetrare questo vicolo in cui vivo. Palazzi incastonati tra essi come le squame del guscio di una tartaruga. Pietre solenni da cui emergono poderosi archi che polvere e muffa non sono riusciti a vincere, e accanto a essi, come un triste ma goliardico controsenso, piccole porte di legno laccato o di ferro: sembrerebbero depositi a prima vista, e forse un tempo lo erano. Ma lì dentro, cielo, si sorprenderebbe nel sapere che vivono delle persone proprio come me e lei, mio caro. Minuscoli appartamenti di una camera o due al massimo, con una sola finestrella attaccata alla porta di ingresso.

 Spesso proprio per questo chi ci vive lascia la porta di casa aperta, perché altrimenti non avrebbe aria né luce lì dentro; per quanto la luce possa sfidare le possenti mura che avvolgono questo mondo.

 Ci pensa, caro mio? Immagini per un attimo di camminare sulle pietre di cui le ho parlato, avvolto dai poderosi palazzi di cui le ho scritto fino forse ad annoiarla, e vedere improvvisamente l’intimità di una famiglia.

 Guarderebbe avanti per discrezione?

 Si fidi, mio caro, non potrebbe non guardare le vite che scorrono in quelle case.

 A volte basta un rumore; un cucchiaio che cade per terra, le grida di un bambino, la voce volgare di qualche casalinga, o parole incomprensibili di chissà quale lingua africana.

 Ci si volta istintivamente, senza fermarsi, e lasciando che la vita di alcune persone sconosciute per un attimo si intreccino con le nostre.

 Si vedono esistenze di tutti i tipi, mi creda. Può vedere tre indiani in boxer e canotta condividere da soli una sola stanza, sempre intenti a cucinare cibo così speziato capace di emanare fino a dieci metri di distanza un fortissimo odore di cipolle, origano, rosmarino e chissà quale tipo di carne bollita.

 Si possono vedere uomini di colore che condividono uno spazio di venti metri quadrati, preparando con fatica scatoloni pieni di merce da vendere. Oppure donne nigeriane mezze nude, sedute su di un materasso ad attendere chissà quale uomo.

 Polacchi e ucraini sono i più particolari! Pur vivendo in una piccola e misera casa, amano adornarle come fossero una reggia. Le riempiono di mobili antichi, quadri raffiguranti la propria patria, e di domenica o il giovedì, quando le donne non lavorano, si sente spesso un odore fortissimo di patate stufate e carne bollita.

 Ma non mi fraintenda, amico mio, qui abitano anche tantissime famiglie italiane. Molte da sempre. Alcune solamente di passaggio

 Reputerebbe davvero folcloristica la loro presenza, sì, anche se a volte è davvero fastidiosa.

 I bambini, quando non vanno a scuola, e ciò capita spesso, stanno sempre per strada, urlando e facendo caciara.

 Giocano a pallone, si rincorrono, e a volte si tirano persino contro oggetti raccolti dai rifiuti, mentre i loro genitori stanno in casa; alcune in disordine altre ben tenute, facendo echeggiare le loro voci in tutto il vicolo.

 Sono volgari e fastidiosi, sì, ma si fidi di me, carissimo, rendono questo piccolo vicolo simile a una Buenos Aires in miniatura. Un caotico vortice di umani sentimenti e una miseria che richiama alla vita più pulsante, come fosse un cuore che batte all’impazzata, prima di esplodere.

 Vorrei tanto che lei vedesse la gente di cui sto parlando, e ancor più questo posto.

 Ha mai visto fili e fili di zinco tesi tra più palazzi, formando un’enorme ragnatela piena di stracci e vestiti lasciati ad asciugare? Colori di ogni tipo che volteggiano nel cielo, come tanti palloncini lasciati volare in aria da un bambino.

 Sembra quasi di sentire il profumo di ammorbidente e di detersivo nel vedere quelle stoffe di cotone, lana, oppure spugna, lì nel nulla, mosse dal vento o immobili come impiccati ormai morti da giorni.

 Stanno sempre lì, mio caro signor Hant. Non mi chieda perché e percome, ma qui a Napoli ogni giorno le donne fanno il bucato. Dunque ogni giorno si può assistere a questo pittoresco spettacolo.

 Spero un giorno di mostrarglieli. E vorrei farle vedere anche le suggestive cappelle che può trovare a ogni passo.

 Sissignore, sono proprio cappelle, e le può trovare contro al muro di un palazzo, alcune persino a pochi metri da cumuli di rifiuti; altro bellissimo controsenso di questo mio piccolo mondo.

 Certe non sono formate da altro che da un quadro raffigurante la Madonna, e sotto di esso una piccola mensola di marmo con sopra lumini e fiori. Altre sono vere e proprie cappelle di marmo o granito, con tanto di colonne che avvolgono il dipinto di un santo, di Cristo Gesù o della Madonna.

 La gente ci lascia sempre dei fiori. Accendono lumini. E su di alcune mettono anche le foto dei propri defunti. Foto in cui essi sorridono, come se volessero ricordarli così, oppure esorcizzare il terrore della morte.

 Ha mai visto qualcosa di simile dove vive, mio caro signor Hant?

 Sono certo di no. E mi creda, lo scenario da me descritto cambia odore in ogni momento della giornata.

 È proprio così, caro mio.

 Attraversi questi vicoli di mattina, e toccando le pietre percepirà persino la rugiada.

 Potrà inebriarsi del profumo di caffè proveniente dalle case di cui le ho parlato. Vedere manovali stanchi e con abiti logori addosso andare a lavoro. Negri trascinare pesanti carrelli pieni di scatoloni, e sentirebbe le urla dei bambini che si lamentano per il dover andare a scuola, mentre dal fondo del vicolo, incurante del percorso, la puzza di pesce proveniente dal mercato si insinua nel vicolo recando una forte sensazione di bagnato; la stessa che si percepisce in estate, quando le donne gettano secchi d’acqua fuori dalle proprie porte per rinfrescare l’ambiente, rendendo i ciottoli che formano la strada neri e lucidi come fossero pietre marine.

 A ora di pranzo invece si sente odore di cibo. Cipolla fritta nell’olio, odore del sugo di pomodoro e del basilico, aroma di carne in padella o alla piastra, il profumo del pane cotto nel forno.

 Di domenica, in particolare, questi odori diventano talmente forti da dare all’olfatto una forma ben precisa; il gusto di ciò che si annusa.

 Mi creda, mio caro amico, se dovesse passare di domenica in questi vicoli, non sentirebbe solamente le urla della processione domenicale in onore della vergine Maria, né il baccano del mercato rionale, ma percepirebbe talmente tanti di quegli odori da non poter placare la fame.

 Alcune donne iniziano sin dal mattino a cucinare; ragù, lasagne, timballo di carne, gattò di patate, pasta al forno o coniglio con patate. Sentirebbe questi profumi percependo il sapore della pasta al sugo nella sua bocca. Il gusto forte del prezzemolo, o quello dolce delle uova nella carne macinata.

 Questi profumi escono da ogni casa. Da quelle misere case in cui si muovono esistenze silenziose, forse come la mia e la sua, mio caro amico. Profumi così forti e penetranti che potrebbero far piangere un uomo che muore di fame.

 Di pomeriggio invece resterebbe stordito dal profumo di detersivo. Alcune donne sono solite svuotare per strada i secchi con cui hanno lavato casa, creando tra i ciottoli dei veri e propri rigagnoli di sapone e schiuma bianca che emanano appunto un fortissimo odore di detersivo.

 So che sta pensando, ma si fidi, non è poi così pericoloso. Nel tempo si impara a camminare senza scivolare per queste strade. Si figuri che alcune ragazze ci camminano persino su tacchi alti, e ragazzini, soprattutto di pomeriggio, una volta finita la scuola ci corrono come scalmanati e urlando come se nessuno potesse sentire il loro baccano.

 La sera invece tutto si addormenta lentamente, ma i rumori non svaniscono, e tantomeno gli odori.

 In questo vicolo la notte sembra calare prima del tempo. Alle prime luci del tramonto, dopo che riflessi rossi hanno reso incandescenti e luminose le pietre dei palazzi, di colpo tutto diventa buio, e sono pochissime le luci provenienti dai palazzi a illuminare l’oscurità.

 Dalle case, già alle sette di sera, si sentono le chiacchiere volgari proclamate ad alta voce da qualche famiglia, e odore di carne in padella o di frittura provenire dalle piccole case.

 Sono perlopiù i napoletani a fare tutto ciò, perché come se andassero in letargo, gli stranieri sembrano a quell’ora sparire del tutto. O almeno la maggioranza.

 Amico, è davvero pittoresco, come fosse un presepio. Le piccole luci provenienti da quelle minuscole case, simili a grotte. Il profumo della carne cotta, delle patate, della frittura di pesce, e le voci di persone che parlano così velocemente da non cogliere alcuna parola.

 Di tanto in tanto passa qualche motorino. A volte su di esso tre ragazzi, o addirittura quattro; le ragazzine sono di solito quelle che fanno più baccano. Mentre gli unici stranieri che di tanto in tanto si vedono sono negri che stanno fuori a un piccolo basso a bere birra economica, oppure alcuni rom che discorrono tra loro ubriacandosi con vino in cartone seduti sui gradini di una casa in cui ne vivono anche in dieci.

 Già, amico mio, e tutto in solamente cento, o forse duecento metri.

 Le sembra strano, vero? Ma è tutto così! Ogni giorno, a ogni ora, per ogni centimetro percorso di questo vicolo.

  Questo vicolo è un mondo, mio caro Hant. Un mondo dove amore, rabbia e dolore prendono una forma, un gusto, un odore. Tutto rinchiuso tra alte mura di pietra. In uno spazio largo poco più che due metri.

Io non ho viaggiato, mio caro amico. Sa bene che la mia condizione non me lo permette. Ma sono sicuro che in nessuna parte del mondo, per quanto lontano si possa andare, si troverebbe un simile vortice di vita e contraddizioni.

 Spero tanto che un giorno vedrà quello che vedo io, amico mio. Ora che sono rintanato in questa casa. Spiando questo mondo dalle insenature della sola finestra di questo misero appartamento. Inchiodato a una sedia a rotelle. Da solo in questa casa dalle pareti che puzzano di muffa e il soffitto che gronda acqua, non avendo altro amico che un televisore sempre acceso e cercando di scaldarmi con una vecchia stufa, mentre racconto la mia vita a lei, mio amico, che mai mi risponderà. Che ho inventato per non sentirmi solo, qui in questo mondo che non posso più vivere.

Autore: Marco Peluso

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